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COVID-19: la quarantena nel carcere più pericoloso della Bolivia

“CHIEDIAMO SOLO DI ESSERE AIUTATI, NON RIUSCIAMO A RICEVERE ALIMENTI DALLE VISITE… I PRIGIONIERI HANNO FAME E NON CI SONO FARMACI… I DETENUTI TEMONO CHE LE GUARDIE CARCERARIE POSSANO CONTAGIARLI DI CORONAVIRUS”.
Mi scrive così Victor B., un detenuto del carcere di San Pedro a La Paz, in Bolivia. Tutto maiuscolo, come se stesse urlando.
Mentre leggo le sue parole me lo immagino ancora oggi nella sua cella della sezione San Martin, a pochi passi dal pozzo, seduto davanti alla sua grande lavagna bianca dove appuntava ogni giorno pensieri e spunti da approfondire.
Victor sta scontando una condanna a trent’anni in un penitenziario molto particolare: il carcere autogestito dai detenuti più famoso della Bolivia e, forse, del mondo. Costruito nel 1895 per alloggiare 500 persone, ospita oggi almeno 3000 prigionieri e alcuni dei loro familiari: donne e minori a cui è concesso vivere all’interno del carcere. Attività commerciali, piccoli ristoranti, venditori ambulanti, chiese e persino un asilo, nella piccola città dei detenuti.
Già da lunedì 4 aprile, secondo il Ministero della Comunicazione Boliviano, il carcere di San Pedro è stato attrezzato per far fronte all’emergenza Covid-19. "L'amministrazione penitenziaria, il personale della sicurezza penitenziaria e altri passeranno attraverso il tunnel, per evitare la diffusione del Coronavirus" ha affermato il Direttore Generale del regime penitenziario Col. Clemente Silva. Un tunnel di disinfezione dotato di un serbatoio da 400 litri, posto davanti all’ingresso principale, dentro al quale sono tenuti a passare tutti coloro che intendono entrare all’interno del carcere. É stato inoltre distribuito, ci tiene a precisare il Direttore, materiale disinfettante come alcool gel, candeggina, detergente, sapone e guanti; oltre alle tute protettive impermeabili consegnate al personale medico che lavora all’interno del penitenziario.
Ma basteranno queste forme di prevenzione ad evitare un “paziente 1” all’interno di una delle prigioni più sovraffollate della Bolivia, dove ogni giorno entrano ed escono decine di persone e dove sia l’isolamento che il distanziamento sociale sono pratiche irrealizzabili?
La tensione cresce, giorno dopo giorno, tra le mura delle carceri boliviane e il timore che si possano verificare scontri e rivolte sembra un’ipotesi sempre più concreta in tutto il Paese.
Il penitenziario di San Pedro - un dedalo di vicoli tra le celle autocostruite su un’antica pianta coloniale - è conosciuto non solo per essere autogestito dai detenuti, ma detiene anche un altro triste primato: è la prigione della Bolivia con il maggior numero di deceduti per motivi clinici o, meglio, per la mancanza di cure mediche. Condizioni igieniche precarie, mancanza di farmaci, test di positività all’hiv e alla tubercolosi eseguiti solo su richiesta volontaria, un dottore ogni 820 prigionieri e nessun esame medico all’ammissione dei detenuti, sono solo alcune delle cause. Si muore per problemi cardiaci e polmonari, per malattie croniche, per infezioni gravi e persino per malnutrizione. Patologie e infezioni per lo più trattabili o, addirittura, curabili.
Perché a San Pedro, dove tutto è in vendita, tutto ha quindi un costo: anche il diritto alla propria salute. Si pagano la quota alla sezione, l’affitto della cella o del materasso, le stoviglie, i mobili e la tv; ma anche i medicinali e il trasferimento in ospedale in caso di aggravamento della propria salute. Secondo fonti interne, infatti, solo 3 detenuti su 10 ricevono cure mediche adeguate e le uscite di emergenza sono autorizzate quando il detenuto è in serio pericolo di vita. Nel caso, poi, di malattie ad alto rischio di contagio come l’influenza, la parotite o la meningite, i medici del carcere isolano i malati in due piccole stanze spesso affollate di altri pazienti e prive delle minime norme igienico-sanitarie utili a contenerne, di fatto, la diffusione.
Indulto, arresti domiciliari o grazia, chiedono allora i detenuti, almeno per i reati minori o per coloro che sono in attesa di giudizio.
Il Covid-19 fa paura e, come se non bastasse, il prezzo degli alimenti continua a crescere e dentro al carcere si soffre ancora di più la fame.
La colazione e il pranzo distribuiti dall’Amministrazione penitenziaria sono a malapena sufficienti a coprire il fabbisogno quotidiano di un uomo adulto, senza contare le mogli e i figli con cui spesso sono costretti a dividere la loro razione.
Secondo il Direttore generale Col. Silva sarà presentata un’istanza per ottenere un disegno di legge che possa permettere ad alcune categorie di poter lasciare San Pedro: donne incinte, detenuti che hanno commesso reati minori e anziani. Richiesta che sarà presa in carico dal Governo transitorio, ci tiene a precisare.
Dalla sua anche il Vice-Ministro dell’Interno Javier Issa ha dichiarato che è già in fase di deliberazione un disegno di legge che mira a contribuire alla decongestione delle carceri di tutto il Paese. La misura avrebbe proprio lo scopo di evitare la possibilità che si possano verificare dei focolai all’interno delle carceri.
I numeri del contagio, intanto, sono ancora contenuti, con quasi 700 casi accertati e 36 decessi in tutta la Bolivia.
La quarantena nazionale, proclamata dal Governo di Jeanine Áñez Chávez il 22 marzo ed in vigore fino al 15 aprile, poi prorogata di altri 15 giorni, ha certamente contribuito al contenimento, ma ha suscitato critiche anche autorevoli.
Secondo Human Right Watch “il Governo ad interim della Bolivia si avvale della pandemia per arrogarsi il potere di penalizzare coloro che pubblicano informazioni che le autorità considerano errate e ciò viola il diritto alla libertà di espressione”, ha dichiarato José Miguel Vivanco, direttore per l’America dell’organizzazione per i diritti umani. L’articolo del decreto di quarantena incriminato, recita: "le persone che incitano al mancato rispetto del presente decreto supremo o che disinformano o generano incertezza per la popolazione, saranno soggette a denuncia penale da parte della commissione di crimini contro la salute pubblica ”. Reati, questi, che possono essere puniti fino a 10 anni di carcere. Per Human Rights Watch, dunque, l'ambiguità della norma potrebbe consentire di commettere abusi contro coloro che criticano il governo per la sua gestione della crisi.
“Dio esiste e non abbiamo altro da fare che pregarlo”, conclude.
L’ultima volta che ci siamo visti mi aveva accompagnato fino all’ingresso, mentre uscivo da San Pedro dopo due mesi di visite quotidiane. Mi aveva salutato guardandomi negli occhi, al di là di quel pesante e odioso cancello che divide chi resta da chi va, l’unico spiraglio da cui i detenuti osservano, senza poterla afferrare, la vita che scorre fuori dal carcere. Proprio quel cancello oggi, paradossalmente, potrebbe invece rappresentare la loro unica salvezza nella prigione più famosa della Bolivia, dove il sovraffollamento è di casa e dove la salute è un diritto per i pochi che se lo possono permettere, non certo per tutti.
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