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Nella Terra Promessa


Ma’an cammina per le strade di Dheisheh, ha 24 anni e studia cinema all’Università di Betlemme, in Cisgiordania.
Conosce molto bene il campo profughi, lui che c’è nato ed è uno dei tanti discendenti dei profughi dell’esodo palestinese del 1948, la cosiddetta “nakba” che, in arabo, significa letteralmente “disastro, catastrofe”.
A Dheisheh oggi, in un’area grande 1,5 km quadrati, vivono circa 17.000 persone in abitazioni autocostruite con materiali di fortuna. Il campo è un susseguirsi di vicoli, non esistono piazze e i suoi muri raccontano la prima e la seconda intifada.
Le scritte si alternano solo ai ritratti dei “martiri”, i palestinesi uccisi per mano israeliana.
Saliti all’ultimo piano di un edificio in costruzione nella parte più alta del campo, in cima ad una collina, guardiamo Deheisheh dall’alto. Ma’an mi spiega che sui tetti delle abitazioni ogni famiglia ha installato dei serbatoi per la raccolta dell’acqua perché è Israele a gestire l’approvvigionamento idrico e la fornitura quotidiana non è garantita. Ha le mani in tasca e si stringe nelle spalle, poi indica delle colline “vedi invece quegli edifici tutti uguali a pochi metri da una nuova strada protetta da un muro? Sono tutte colonie israeliane, crescono come funghi e ormai sono tutte intorno, ci stanno circondando”.
Mentre mi mostra la sua vita dal tetto di un edificio abbandonato, la sua voce è diventata più cupa e il suo sguardo dannatamente serio.

I campi profughi, gestiti dall’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, dovevano essere una soluzione provvisoria ed erano stati pensati per ospitare i 711.000 palestinesi sfollati durante la guerra del 1948 e non i circa 2 milioni che oggi vivono distribuiti per i campi di tutta la Cisgiordania.

“Tutti noi conserviamo nelle nostre abitazioni la chiave della casa che abbiamo dovuto abbandonare” mi spiega “e la chiave stessa, oggi, è diventata il simbolo del nostro ritorno e della nostra speranza”. Già, ma i ragazzi come lui, a Dheisheh, ci sono nati e non tutti se ne vorrebbero andare, alcuni vogliono restarci e cambiare le cose. Ma anche restare non è semplice, in un Paese dove il tasso di disoccupazione sfiora il 50% e, tra chi resta, qualcuno a Dheisheh ci muore anche.
L’ultimo è stato ucciso proprio qui, nel marzo di quest’anno e si chiamava Sajid Muzher, 17 anni, un giovane paramedico intervenuto per soccorrere alcuni feriti durante un’incursione delle IDF, le Forze di Difesa Israeliane, all’interno del campo. A Dheisheh, come negli altri campi profughi in tutta la Cisgiordania, le proteste sono frequenti e talvolta si muore sotto il fuoco dei soldati israeliani che, sovente, entrano nel campo per arrestare qualcuno, per sedare delle rivolte o semplicemente per esercitarsi.
Perché nei campi profughi in Cisgiordania - dove due terzi della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con una densità abitativa intorno ai 10.000 abitanti per km quadrato e un tasso di disoccupazione e di abbandono scolastico vicino al 50% - sognare un futuro è davvero un privilegio per pochi. I cantieri delle colonie israeliane intanto, ritenute illegali dalla comunità internazionale, scavano giorno e notte protetti da muri di separazione che disegnano un confine in continuo mutamento.

Al di là del muro uno dei più potenti eserciti del mondo - in caso di guerra è in grado di triplicare le sue forze in poche ore richiamando alle armi oltre 400.000 riservisti - protegge i suoi cittadini nelle città come nelle colonie: a Hebron, luogo simbolo della mancata integrazione tra i due popoli, 4000 soldati israeliani vivono nel centro storico della città palestinese e vegliano sui coloni israeliani, oggi circa 700, che hanno iniziato ad occuparla a partire dal 1979.
Ma in verità la Palestina, crocevia di popoli e culture, è stata da sempre occupata e contesa, fin da tempi antichissimi.
Terra Santa per ebraismo, cristianesimo e islam, fu impero romano d’oriente per secoli e poi, conquistata dai califfi arabi, passò sotto il dominio dei turchi ottomani fino alla fine della prima guerra mondiale, quindi divenne un protettorato britannico. Fu proprio in questo periodo che, sulla base delle prime teorie sioniste, prese corpo l’idea di creare un “focolare nazionale” - le fondamenta dello stato di Israele - non solo per i pochi ebrei rimasti, ma anche per tutti gli ebrei dispersi nel mondo.
“La Palestina è da sempre considerata dall’ebraismo come Terra Di Israele ed è quella terra che, secondo il Tanakh e la Bibbia, fu promessa da Dio stesso ai discendenti di Abramo attraverso Isacco e agli Israeliti, discendenti di Giacobbe, nipote di Abramo” mi aveva detto Adam - ebreo ortodosso originario di New york - al muro occidentale di Gerusalemme.
A Brooklyn, nel quartiere di Williamsburg di cui è originario, si trova una delle più grandi comunità di ebrei hassidici del mondo, una corrente ortodossa da cui provengono alcuni dei “nuovi” cittadini israeliani che scelgono di vivere a Gerusalemme.
All’interno della Città Santa, a pochi passi dal muro occidentale, si trova infatti il Mea Shearim, uno dei più antichi quartieri ebraici di Gerusalemme, popolato da ebrei haredi, meglio conosciuti come ultra-ortodossi, che seguono una forma molto conservatrice dell’ebraismo che considerano l’estensione di una catena ininterrotta che fa capo a Mosè.
La maggior parte di loro iniziò ad arrivare in Israele dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando la neonata ONU si interrogò sul destino della popolazione di origine ebraica, vittima delle persecuzioni.

“Una terra per due popoli che faticano a convivere e un solo stato realmente riconosciuto dalla comunità internazionale chiamato Israele, ma che noi qui chiamiamo solo territori occupati” continua Ma’an, guardandomi fisso negli occhi “la Palestina invece è uno stato solo parzialmente riconosciuto e noi non possiamo viaggiare sulle strade israeliane, non abbiamo una nostra moneta, non possiamo costruire pozzi e nella maggior parte del nostro Paese neanche abitazioni, scuole o ospedali. Quando i soldati entrano nel campo aprono il fuoco su tutto ciò che si muove, gli arresti sono spesso arbitrari e le pene mai certe, i prigionieri non possono ricevere in visita le madri e le mogli e viviamo in un vero e proprio regime di apartheid, altro che Sud Africa”.
Proseguiamo verso l’ingresso del campo e mentre camminiamo per i vicoli ci vengono incontro i bambini che sono appena usciti da scuola, portano ancora sulle spalle i loro zaini. “Welcome!” “Where are you from?” continuano a domandarmelo, anche se ho già risposto ad alcuni di loro. Frequentano la scuola gestita dalle Nazioni Unite e riservata ai figli dei profughi della nakba all’interno di Dheisheh, in un grande edificio bianco e blu sulla strada principale del campo.
Non vedono mai forestieri e il gioco è domandarmi, a turno, le stesse domande. Ridono un po’, come fanno spesso i bambini, poi di colpo sorridono e, come dei piccoli adulti, si presentano dandomi la mano.
Già, perché in questi posti si cresce in fretta, tra la violenza del conflitto e le responsabilità che cadono addosso come tegole: ogni famiglia piange almeno un "martire", talvolta ucciso in giovane età e spesso i padri, i fratelli maggiori o gli zii sono detenuti nelle prigioni israeliane.
Così tocca proprio a questi bimbi, smessi gli abiti dell’alunno, diventare ogni giorno un po’ più grandi e contribuire al bilancio familiare.
Mi guardo intorno e non posso non pensare che lontano dagli itinerari turistici e dai viaggi di gruppo, nei luoghi sacri delle tre grandi religioni monoteiste, la terra promessa è ormai diventata un tremendo susseguirsi di muri, di checkpoint presidiati da militari, di strade proibite, di campi profughi sovraffollati e di vittime della violenza e dell’odio reciproco che palesano la reale distanza tra due popoli.

Sorseggio l’ennesimo caffè al cardamomo che mi hanno offerto, nel Paese in cui per la prima volta nella mia vita mi hanno detto centinaia di volte che ero il benvenuto in poche settimane. Buffo, rifletto, che proprio il popolo che nessuno vuole e che sta pagando il prezzo più alto in un’impari guerra, sia anche il più accogliente che io abbia mai incontrato.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Il campo venne allestito nel 1949 per accogliere i profughi provenienti da 45 villaggi a ovest di Gerusalemme e Hebron, fuggiti dalla guerra del 1948. I servizi all’interno del campo sono forniti dall’UNRWA e dall’Autorità Nazionale Palestinese ma la fornitura di acqua è gestita da Israele. Gli abitanti, per sopperire alla mancanza frequente d’acqua, hanno acquistato dei serbatoi che, posizionati sul tetto, permettono di conservare l’acqua. In periodi di scarsità idrica, la maggior parte dell’acqua viene consumata da Israele e la fornitura al campo interrotta anche per periodi superiori al mese.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Il campo venne allestito nel 1949 per accogliere i profughi provenienti da 45 villaggi a ovest di Gerusalemme e Hebron, fuggiti dalla guerra del 1948. I servizi all’interno del campo sono forniti dall’UNRWA e dall’Autorità Nazionale Palestinese ma la fornitura di acqua è gestita da Israele. Gli abitanti, per sopperire alla mancanza frequente d’acqua, hanno acquistato dei serbatoi che, posizionati sul tetto, permettono di conservare l’acqua. In periodi di scarsità idrica, la maggior parte dell’acqua viene consumata da Israele e la fornitura al campo interrotta anche per periodi superiori al mese.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - I muri del campo profughi di Dheisheh raccontano le tappe dell’intifada e rendono omaggio a militanti, combattenti, martiri e intellettuali vicino al movimento di liberazione della Palestina. Fra i volti ritratti su uno dei muri del campo Ghassan Kanafani, a sinistra, fu scrittore, giornalista e attivista legato al FPLP e venne ucciso con un attacco incendiario che, si dice, fu ordinato dal Mossad. Al centro  invece Leila Khaled, politica e terrorista palestinese protagonista di due dirottamenti aerei e anch’essa membro del FPLP, Il Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
I muri del campo profughi di Dheisheh raccontano le tappe dell’intifada e rendono omaggio a militanti, combattenti, martiri e intellettuali vicino al movimento di liberazione della Palestina. Fra i volti ritratti su uno dei muri del campo Ghassan Kanafani, a sinistra, fu scrittore, giornalista e attivista legato al FPLP e venne ucciso con un attacco incendiario che, si dice, fu ordinato dal Mossad. Al centro invece Leila Khaled, politica e terrorista palestinese protagonista di due dirottamenti aerei e anch’essa membro del FPLP, Il Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Il campo di Dheisheh è stato fondato nel 1949 per ospitare i profughi della guerra arabo-israeliana del 1948, quando 711.000 palestinesi dovettero lasciare le loro case e le loro terre. Dheisheh, progettato per ospitare circa 3000 persone in un area di 0,31 chilometri quadrati, ne ospita oggi circa 17000 in un area di 1,5 chilometri quadrati. Ciascun nucleo familiare venne alloggiato in una tenda, sostituita dal 1956 da una abitazione composta da una stanza di 9 metri quadri e un bagno condiviso ogni 10 abitazioni.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Il campo di Dheisheh è stato fondato nel 1949 per ospitare i profughi della guerra arabo-israeliana del 1948, quando 711.000 palestinesi dovettero lasciare le loro case e le loro terre. Dheisheh, progettato per ospitare circa 3000 persone in un area di 0,31 chilometri quadrati, ne ospita oggi circa 17000 in un area di 1,5 chilometri quadrati. Ciascun nucleo familiare venne alloggiato in una tenda, sostituita dal 1956 da una abitazione composta da una stanza di 9 metri quadri e un bagno condiviso ogni 10 abitazioni.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019 - Il campo profughi di AIDA è uno dei 58 campi costruiti dopo il 1948 e distribuiti tra Libano, Siria, Giordania e Territori Palestinesi e ospita oggi circa 6000 persone che vivono a ridosso del muro di separazione costruito da Israele. Il campo è stato fondato nel 1950 dall’agenzia Unrwa che, affittata un’area di 0,71 chilometri quadrati, decise di allestire il campo di Aida per circa 1000 persone. La tendopoli originaria, venne poi sostituita da piccole abitazioni in muratura di 9 metri quadri ciascuna per nucleo familiare.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019
Il campo profughi di AIDA è uno dei 58 campi costruiti dopo il 1948 e distribuiti tra Libano, Siria, Giordania e Territori Palestinesi e ospita oggi circa 6000 persone che vivono a ridosso del muro di separazione costruito da Israele. Il campo è stato fondato nel 1950 dall’agenzia Unrwa che, affittata un’area di 0,71 chilometri quadrati, decise di allestire il campo di Aida per circa 1000 persone. La tendopoli originaria, venne poi sostituita da piccole abitazioni in muratura di 9 metri quadri ciascuna per nucleo familiare.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - “ IN BETWEEN” è un progetto nato dal dipartimento artistico di Laylac (the palestinian center of youth action for community development) nel 2016, che ha visto la partecipazione di dieci pittori, di età compresa tra i 12 e i 32 anni. I ragazzi, coordinati dalla pittrice francese Sania all’interno del campo profughi di Dheisheh, hanno realizzato delle opere sul tema dei prigionieri politici palestinesi. La mostra di Betlemme, all’interno del museo civico, è stata simbolicamente inaugurata dalla mamma di un prigioniero politico, dal sindaco della città e dall’ex ministro dell’autorità palestinese per i prigionieri Issa Qarage.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
“ IN BETWEEN” è un progetto nato dal dipartimento artistico di Laylac (the palestinian center of youth action for community development) nel 2016, che ha visto la partecipazione di dieci pittori, di età compresa tra i 12 e i 32 anni. I ragazzi, coordinati dalla pittrice francese Sania all’interno del campo profughi di Dheisheh, hanno realizzato delle opere sul tema dei prigionieri politici palestinesi. La mostra di Betlemme, all’interno del museo civico, è stata simbolicamente inaugurata dalla mamma di un prigioniero politico, dal sindaco della città e dall’ex ministro dell’autorità palestinese per i prigionieri Issa Qarage.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Naji Owda è il direttore del centro giovanile Laylac, associazione nata nel 2005 grazie ad alcuni attivisti francesi e palestinesi, per i giovani del campo profughi di Dheisheh. Attivista palestinese, è stato più volte imprigionato per reati politici nelle prigioni israeliane sin dalla tenera età e non ha mai smesso di lottare per le sue idee. Oggi, come direttore di Laylac, gestisce con impegno e passione il centro giovanile e crede fermamente che la cultura sia l’arma più forte a disposizione dei giovani palestinesi. Laylac, all’interno di Dheisheh, è promotore di eventi di carattere culturale, artistico e punto di riferimento per gli abitanti del campo.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Naji Owda è il direttore del centro giovanile Laylac, associazione nata nel 2005 grazie ad alcuni attivisti francesi e palestinesi, per i giovani del campo profughi di Dheisheh. Attivista palestinese, è stato più volte imprigionato per reati politici nelle prigioni israeliane sin dalla tenera età e non ha mai smesso di lottare per le sue idee. Oggi, come direttore di Laylac, gestisce con impegno e passione il centro giovanile e crede fermamente che la cultura sia l’arma più forte a disposizione dei giovani palestinesi. Laylac, all’interno di Dheisheh, è promotore di eventi di carattere culturale, artistico e punto di riferimento per gli abitanti del campo.
Hebron, Cisgiordania, Checkpoint, 2019 - I checkpoint scandiscono la quotidianità degli abitanti della città vecchia. Nel cuore di Hebron l’antico suq arabo è oggi diviso tra coloni israeliani e palestinesi che, in alcune abitazioni, convivono su piani differenti e accessi diversificati. Circa 400 coloni sono protetti dalla presenza di 4000 soldati israeliani che, oltre a presidiare i punti di accesso, pattugliano le strade e intervengono per motivi di ordine pubblico.
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Hebron, Cisgiordania, Checkpoint, 2019
I checkpoint scandiscono la quotidianità degli abitanti della città vecchia. Nel cuore di Hebron l’antico suq arabo è oggi diviso tra coloni israeliani e palestinesi che, in alcune abitazioni, convivono su piani differenti e accessi diversificati. Circa 400 coloni sono protetti dalla presenza di 4000 soldati israeliani che, oltre a presidiare i punti di accesso, pattugliano le strade e intervengono per motivi di ordine pubblico.
Hebron, Cisgiordania, Grotta di Macpelà o Tomba dei Patriarchi, 2019 - Il 25 febbraio 1994 un fanatico israeliano, Baruch Goldstein, aprì il fuoco all’interno della moschea uccidendo 29 persone in preghiera e ferendone a centinaia. L’assassino venne ammazzato dalla stessa folla in preda alla vendetta. Alla fine della giornata i morti salirono a 60, tra chi ucciso dalla mitragliatrice di Goldstein e chi dalle forze israeliane. Tra questi si contano anche 5 israeliani, uccisi nei tumulti esplosi tra le vie della città.
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Hebron, Cisgiordania, Grotta di Macpelà o Tomba dei Patriarchi, 2019
Il 25 febbraio 1994 un fanatico israeliano, Baruch Goldstein, aprì il fuoco all’interno della moschea uccidendo 29 persone in preghiera e ferendone a centinaia. L’assassino venne ammazzato dalla stessa folla in preda alla vendetta. Alla fine della giornata i morti salirono a 60, tra chi ucciso dalla mitragliatrice di Goldstein e chi dalle forze israeliane. Tra questi si contano anche 5 israeliani, uccisi nei tumulti esplosi tra le vie della città.
Hebron, Cisgiordania, old city, 2019 - In alcune vie del vecchio centro storico la quasi totalità degli esercizi commerciali ha dovuto chiudere per mancanza di clienti, in una città divisa tra coloni israeliani e cittadini palestinesi. 
Nella “ghost-town”, come viene chiamata dagli abitanti di Hebron, ormai non passa quasi più nessuno, ad eccezione di qualche bambino che gioca nei vicoli che un tempo brulicavano di persone ed attività commerciali. I container che sovrastano il quartiere fanno invece parte della grossa caserma israeliana che ospita circa 4000 soldati che, oltre ad occuparsi di ordine pubblico, hanno il preciso intento di presidiare la città e proteggere i coloni israeliani che vivono nel cuore dell’antica città araba.
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Hebron, Cisgiordania, old city, 2019
In alcune vie del vecchio centro storico la quasi totalità degli esercizi commerciali ha dovuto chiudere per mancanza di clienti, in una città divisa tra coloni israeliani e cittadini palestinesi.
Nella “ghost-town”, come viene chiamata dagli abitanti di Hebron, ormai non passa quasi più nessuno, ad eccezione di qualche bambino che gioca nei vicoli che un tempo brulicavano di persone ed attività commerciali. I container che sovrastano il quartiere fanno invece parte della grossa caserma israeliana che ospita circa 4000 soldati che, oltre ad occuparsi di ordine pubblico, hanno il preciso intento di presidiare la città e proteggere i coloni israeliani che vivono nel cuore dell’antica città araba.
Hebron, Cisgiordania, old city, 2019 - Il passaggio su una scalinata tra due edifici è stato ostruito da un muro di lamiera, protetto da filo spinato. Sono parecchie le vie, dell’antico centro storico della città, che sono state interrotte per ritagliare il quartiere dei coloni israeliani. Per poterci entrare è necessario sottoporsi ad un controllo di sicurezza all’interno dei checkpoint posti all’ingresso delle aree occupate dai coloni israeliani e solo i residenti o i non palestinesi possono accedervi ma, sempre, a discrezione del personale israeliano in servizio.
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Hebron, Cisgiordania, old city, 2019
Il passaggio su una scalinata tra due edifici è stato ostruito da un muro di lamiera, protetto da filo spinato. Sono parecchie le vie, dell’antico centro storico della città, che sono state interrotte per ritagliare il quartiere dei coloni israeliani. Per poterci entrare è necessario sottoporsi ad un controllo di sicurezza all’interno dei checkpoint posti all’ingresso delle aree occupate dai coloni israeliani e solo i residenti o i non palestinesi possono accedervi ma, sempre, a discrezione del personale israeliano in servizio.
Hebron, Cisgiordania, mappa della città, 2019 - La pianta che, come recita, mostra le “restrizioni al movimento dei Palestinesi” nella città di Hebron, evidenzia le difficoltà di vivere in un territorio diviso da continue barriere di separazione. In giallo le strade dove i negozi palestinesi sono ormai chiusi, ma il transito  con veicoli a motore e a piedi è consentito; in viola le strade proibite ai veicoli palestinesi ma non al transito a piedi; in tratteggiato le strade con negozi palestinesi chiusi e il transito di veicoli a motore vietato; in rosso le strade assolutamente vietate ai palestinesi sia a piedi che con qualsiasi mezzo di trasporto e negozi chiusi; in tutta l’area rosa è vietato il transito ai veicoli palestinesi e infine nelle aree in azzurro si trovano gli edifici e le colonie israeliane.
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Hebron, Cisgiordania, mappa della città, 2019
La pianta che, come recita, mostra le “restrizioni al movimento dei Palestinesi” nella città di Hebron, evidenzia le difficoltà di vivere in un territorio diviso da continue barriere di separazione. In giallo le strade dove i negozi palestinesi sono ormai chiusi, ma il transito con veicoli a motore e a piedi è consentito; in viola le strade proibite ai veicoli palestinesi ma non al transito a piedi; in tratteggiato le strade con negozi palestinesi chiusi e il transito di veicoli a motore vietato; in rosso le strade assolutamente vietate ai palestinesi sia a piedi che con qualsiasi mezzo di trasporto e negozi chiusi; in tutta l’area rosa è vietato il transito ai veicoli palestinesi e infine nelle aree in azzurro si trovano gli edifici e le colonie israeliane.
Hebron, Cisgiordania, old city, 2019 - Alcuni blocchi di cemento bloccano l’ingresso alla via parallela alla strada del mercato, a pochi passi dalla trafficata arteria principale della città. Hebron, cittadina di circa 200.000 abitanti, è stata parzialmente occupata dopo la guerra dei sei giorni e il processo di espansione della presenza ebraica è continuato negli anni e dal 2005 si contano più di 20 insediamenti in città e nei dintorni. Gli ebrei che vivono ad Hebron sono coloni ultra-ortodossi che vivono in aspro contrasto con al popolazione palestinese.
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Hebron, Cisgiordania, old city, 2019
Alcuni blocchi di cemento bloccano l’ingresso alla via parallela alla strada del mercato, a pochi passi dalla trafficata arteria principale della città. Hebron, cittadina di circa 200.000 abitanti, è stata parzialmente occupata dopo la guerra dei sei giorni e il processo di espansione della presenza ebraica è continuato negli anni e dal 2005 si contano più di 20 insediamenti in città e nei dintorni. Gli ebrei che vivono ad Hebron sono coloni ultra-ortodossi che vivono in aspro contrasto con al popolazione palestinese.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - La Cisgiordania ha 4.500 km di strade, dei quali solo 2.700 sono asfaltati e le autostrade, spesso vietate ai palestinesi, servono per lo più solo gli insediamenti israeliani. Così, a seconda della cittadinanza e della targa del proprio autoveicolo - bianca e verde per i palestinesi, gialla per gli israeliani - è concesso o vietato accedervi. Checkpoint e punti di controllo presidiati da militari delle forze israeliane controllano i documenti dei viaggiatori a bordo di mezzi pubblici e autoveicoli. Le strade ad uso esclusivo dei palestinesi, segnalate da un cartello rosso, sono spesso tortuose, dato il divieto imposto da Israele di costruire ponti e, a seconda della cittadinanza, in Israele si viaggia a due diverse e opposte velocità.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
La Cisgiordania ha 4.500 km di strade, dei quali solo 2.700 sono asfaltati e le autostrade, spesso vietate ai palestinesi, servono per lo più solo gli insediamenti israeliani. Così, a seconda della cittadinanza e della targa del proprio autoveicolo - bianca e verde per i palestinesi, gialla per gli israeliani - è concesso o vietato accedervi. Checkpoint e punti di controllo presidiati da militari delle forze israeliane controllano i documenti dei viaggiatori a bordo di mezzi pubblici e autoveicoli. Le strade ad uso esclusivo dei palestinesi, segnalate da un cartello rosso, sono spesso tortuose, dato il divieto imposto da Israele di costruire ponti e, a seconda della cittadinanza, in Israele si viaggia a due diverse e opposte velocità.
Nablus, Cisgiordania, campo profughi Balata, 2019 - A Balata, nato nel 1948 come campo profughi temporaneo per ospitare 5000 persone, oggi vivono circa 25.000 persone in un chilometro quadrato ed è il più popolato campo profughi della Cisgiordania. Abitazioni fatiscenti ammassate l’una sull’altra e divise da vicoli larghi meno di mezzo metro, senza luce e colmi di rifiuti; disoccupazione al 46% e aspettativa di vita nettamente inferiore alle medie del Paese. Scarsità di acqua, corrente elettrica e, visto il divieto di ingresso tanto ai soldati israeliani quanto all’autorità palestinese, nascondiglio perfetto per armi e ricercati politici. Durante le due intifada circa il 70% dei combattenti è partito proprio da Balata e, la maggioranza, non ha fatto ritorno.
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Nablus, Cisgiordania, campo profughi Balata, 2019
A Balata, nato nel 1948 come campo profughi temporaneo per ospitare 5000 persone, oggi vivono circa 25.000 persone in un chilometro quadrato ed è il più popolato campo profughi della Cisgiordania. Abitazioni fatiscenti ammassate l’una sull’altra e divise da vicoli larghi meno di mezzo metro, senza luce e colmi di rifiuti; disoccupazione al 46% e aspettativa di vita nettamente inferiore alle medie del Paese. Scarsità di acqua, corrente elettrica e, visto il divieto di ingresso tanto ai soldati israeliani quanto all’autorità palestinese, nascondiglio perfetto per armi e ricercati politici. Durante le due intifada circa il 70% dei combattenti è partito proprio da Balata e, la maggioranza, non ha fatto ritorno.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019 - La “barriera di separazione israeliana”, o anche “muro di separazione”, è un sistema di barriere fisiche costruite da Israele in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002. Barriera contro il terrorismo per gli israeliani, muro della segregazione e dell’apartheid per i palestinesi; consiste nell’alternarsi di muri e reticolati, con porte elettroniche, che coprono un tracciato di circa 730km.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019
La “barriera di separazione israeliana”, o anche “muro di separazione”, è un sistema di barriere fisiche costruite da Israele in Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002. Barriera contro il terrorismo per gli israeliani, muro della segregazione e dell’apartheid per i palestinesi; consiste nell’alternarsi di muri e reticolati, con porte elettroniche, che coprono un tracciato di circa 730km.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019 - Abdul-Rahman Shadi Khalil Abdullah venne ucciso il pomeriggio del 5 ottobre 2015 a soli 12 anni, all’ingresso del campo profughi di Aida, da un cecchino israeliano. Colpito al petto da più colpi d’arma da fuoco e trasferito d’urgenza all’ospedale, perse la vita poco dopo a causa delle gravissime ferite riportate. Secondo i dati forniti dalla Defense for Children International Palestine (DCIP) il numero di bambini palestinesi uccisi nel 2018 dalle forze israeliane è aumentato drasticamente dal 2017, passando da 15 a 57. Tra questi, 5 erano nella fascia di età tra gli 0 e i 12 anni, 29 nella fascia compresa tra 13 e 15 anni e 23 nella fascia di età da 16 a 17 anni.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019
Abdul-Rahman Shadi Khalil Abdullah venne ucciso il pomeriggio del 5 ottobre 2015 a soli 12 anni, all’ingresso del campo profughi di Aida, da un cecchino israeliano. Colpito al petto da più colpi d’arma da fuoco e trasferito d’urgenza all’ospedale, perse la vita poco dopo a causa delle gravissime ferite riportate. Secondo i dati forniti dalla Defense for Children International Palestine (DCIP) il numero di bambini palestinesi uccisi nel 2018 dalle forze israeliane è aumentato drasticamente dal 2017, passando da 15 a 57. Tra questi, 5 erano nella fascia di età tra gli 0 e i 12 anni, 29 nella fascia compresa tra 13 e 15 anni e 23 nella fascia di età da 16 a 17 anni.
Nablus, Cisgiordania, campo profughi Balata, 2019 - Dentro il campo di Balata un vecchio calcio balilla rappresenta un’ottima opportunità di svago, tanto per i bambini quanto per gli adulti e Rasmi Arafat, responsabile dello Yafa cultural center di Balata, il più popolato campo profughi della Cisgiordania, gioca con alcuni abitanti del campo. Balata non è sotto l’autorità palestinese e dipende dalle Nazioni Unite che, però, non riescono a fornire servizi sufficienti. La municipalità di Nablus, quindi, non eroga servizi di nessun genere, gli abitanti del campo non hanno il diritto di votare alle elezioni comunali e almeno il 70% di loro vive sotto la soglia di povertà.
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Nablus, Cisgiordania, campo profughi Balata, 2019
Dentro il campo di Balata un vecchio calcio balilla rappresenta un’ottima opportunità di svago, tanto per i bambini quanto per gli adulti e Rasmi Arafat, responsabile dello Yafa cultural center di Balata, il più popolato campo profughi della Cisgiordania, gioca con alcuni abitanti del campo. Balata non è sotto l’autorità palestinese e dipende dalle Nazioni Unite che, però, non riescono a fornire servizi sufficienti. La municipalità di Nablus, quindi, non eroga servizi di nessun genere, gli abitanti del campo non hanno il diritto di votare alle elezioni comunali e almeno il 70% di loro vive sotto la soglia di povertà.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Issa Al Muti a 13 anni fu raggiunto dal fuoco israeliano e colpito da sei proiettili dum-dum mentre si trovava in strada, a Betlemme. Un colpo di striscio al fianco, due alla gamba sinistra e tre alla gamba destra. Dopo 4 mesi di ricovero, 4 operazioni alla gamba sinistra e 22 alla gamba destra; a Issa è stata amputata la gamba destra e montata una protesi. Oggi ha 18 anni e ha scritto e inciso una canzone hiphop che racconta la sua storia. I proiettili dum-dum, o proiettili a espansione, sono appunto progettati per espandersi all’interno del corpo del ferito, aumentando così la gravità delle ferite e sono vietati dalla convenzione di Ginevra del 1929.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Issa Al Muti a 13 anni fu raggiunto dal fuoco israeliano e colpito da sei proiettili dum-dum mentre si trovava in strada, a Betlemme. Un colpo di striscio al fianco, due alla gamba sinistra e tre alla gamba destra. Dopo 4 mesi di ricovero, 4 operazioni alla gamba sinistra e 22 alla gamba destra; a Issa è stata amputata la gamba destra e montata una protesi. Oggi ha 18 anni e ha scritto e inciso una canzone hiphop che racconta la sua storia. I proiettili dum-dum, o proiettili a espansione, sono appunto progettati per espandersi all’interno del corpo del ferito, aumentando così la gravità delle ferite e sono vietati dalla convenzione di Ginevra del 1929.
Nablus, Cisgiordania, Parco Archeologico di Balata, 2019 - Mohamad Duicat è il custode del Parco Archeologico Balata di Nablus, a pochi passi dal campo profughi di Balata. Affacciatosi alla porta della sua abitazione al passaggio di una colonna di soldati israeliani, venne colpito da un proiettile di “gomma” da una distanza di dieci metri e perse l’occhio che, oggi, ha sostituito con uno di vetro. L’esercito israeliano utilizza spesso “munizioni di impatto cinetiche”, cioè sfere o cilindri metallici rivestiti di gomma, per operazioni antisommossa e per normali operazioni di ordine pubblico. Nonostante siano progettati per provocare dolore senza ferire, in uno studio su 90 pazienti feriti da proiettili di gomma: 2 sono morti, 17 soffrono permanentemente d’invalidità o deformità e 41 hanno richiesto un trattamento ospedaliero.
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Nablus, Cisgiordania, Parco Archeologico di Balata, 2019
Mohamad Duicat è il custode del Parco Archeologico Balata di Nablus, a pochi passi dal campo profughi di Balata. Affacciatosi alla porta della sua abitazione al passaggio di una colonna di soldati israeliani, venne colpito da un proiettile di “gomma” da una distanza di dieci metri e perse l’occhio che, oggi, ha sostituito con uno di vetro. L’esercito israeliano utilizza spesso “munizioni di impatto cinetiche”, cioè sfere o cilindri metallici rivestiti di gomma, per operazioni antisommossa e per normali operazioni di ordine pubblico. Nonostante siano progettati per provocare dolore senza ferire, in uno studio su 90 pazienti feriti da proiettili di gomma: 2 sono morti, 17 soffrono permanentemente d’invalidità o deformità e 41 hanno richiesto un trattamento ospedaliero.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - Il “cimitero dei martiri” è stato edificato su un terreno donato da un privato nel 2000 e, per i palestinesi, sono “martiri” tutti i caduti per mano israeliana, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Lo spazio, all’aperto, occupa una piccola collina e si sviluppa in una serie di terrazzamenti. Il cimitero è sempre aperto e la gente lo frequenta, per di più, il sabato mattina. Non essendo un cimitero religioso, ma laico, non tutte le lapidi recano frasi riconducibili al Corano e, spesso, esaltano la resistenza palestinese, l’eroismo della vittima e la patria.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
Il “cimitero dei martiri” è stato edificato su un terreno donato da un privato nel 2000 e, per i palestinesi, sono “martiri” tutti i caduti per mano israeliana, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Lo spazio, all’aperto, occupa una piccola collina e si sviluppa in una serie di terrazzamenti. Il cimitero è sempre aperto e la gente lo frequenta, per di più, il sabato mattina. Non essendo un cimitero religioso, ma laico, non tutte le lapidi recano frasi riconducibili al Corano e, spesso, esaltano la resistenza palestinese, l’eroismo della vittima e la patria.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - Betlemme (in arabo بَيْتِ لَحْمٍ‎, - Bayti Laḥmin, Bayt Laḥm, lett. "Casa della Carne”) ospita la Basilica della Natività. A pochi passi dalla basilica, nel centro storico della città, si apre il quartiere del mercato: banchi e negozi di alimentari, fruttivendoli, macellai, panettieri e rigattieri; ma anche piccole attività di ristorazione, sartorie e bazar. La città, affollata dai turisti in qualunque giorno dell’anno, è cara alla religione cristiana per essere il luogo dove nacque Gesù Cristo; ma anche a quella ebraica, perché secondo la Bibbia vi nacque anche David, secondo re di Giuda e Israele.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
Betlemme (in arabo بَيْتِ لَحْمٍ‎, - Bayti Laḥmin, Bayt Laḥm, lett. "Casa della Carne”) ospita la Basilica della Natività. A pochi passi dalla basilica, nel centro storico della città, si apre il quartiere del mercato: banchi e negozi di alimentari, fruttivendoli, macellai, panettieri e rigattieri; ma anche piccole attività di ristorazione, sartorie e bazar. La città, affollata dai turisti in qualunque giorno dell’anno, è cara alla religione cristiana per essere il luogo dove nacque Gesù Cristo; ma anche a quella ebraica, perché secondo la Bibbia vi nacque anche David, secondo re di Giuda e Israele.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisha, 2019 - Sono considerati martiri tutti coloro che muoiono per mano di Israele e di martiri, il campo profughi di Dheisheh, ne ha collezionati centinaia. Nella casa di Moataz Zawahreh, classe 1988, ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane il 15 ottobre del 2015 durante una protesta, i suoi genitori hanno tappezzato le pareti della sala di manifesti in memoria del figlio scomparso. Fotografie che lo ritraggono in diversi momenti della sua vita, un pannello con due gigantografie che lo ritraggono in abiti civili e camuffato da una kefià, la tipica sciarpa palestinese, durante la sua ultima protesta di piazza che gli costò la vita.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisha, 2019
Sono considerati martiri tutti coloro che muoiono per mano di Israele e di martiri, il campo profughi di Dheisheh, ne ha collezionati centinaia. Nella casa di Moataz Zawahreh, classe 1988, ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane il 15 ottobre del 2015 durante una protesta, i suoi genitori hanno tappezzato le pareti della sala di manifesti in memoria del figlio scomparso. Fotografie che lo ritraggono in diversi momenti della sua vita, un pannello con due gigantografie che lo ritraggono in abiti civili e camuffato da una kefià, la tipica sciarpa palestinese, durante la sua ultima protesta di piazza che gli costò la vita.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Durante la consegna degli attestati di merito e frequenza alla scuola UNRWA del campo profughi di Dheisheh, gli alunni dell’ultimo anno vengono fatti uscire in cortile davanti alle autorità e viene suonato l’inno nazionale palestinese. Nonostante lo Stato di Palestina sia solo parzialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, nei giovani è molto forte lo spirito patriottico e il senso della nazione.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Durante la consegna degli attestati di merito e frequenza alla scuola UNRWA del campo profughi di Dheisheh, gli alunni dell’ultimo anno vengono fatti uscire in cortile davanti alle autorità e viene suonato l’inno nazionale palestinese. Nonostante lo Stato di Palestina sia solo parzialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, nei giovani è molto forte lo spirito patriottico e il senso della nazione.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi Dheisheh, 2019 - Majid Faraj, cresciuto nel campo profughi di Dheisheh e capo del mukhabarat - il servizio di intelligence dell’Anp che coopera con la sicurezza israeliana (Shin Bet) in Cisgiordania - attraversa il campo profughi scortato dalle sue guardie del corpo dopo aver partecipato all’inaugurazione del nuovo centro culturale del campo. Faraj, attivista di Shabiba, il movimento giovanile del partito, fa parte di Fatah sin dall’adolescenza e ha trascorso diversi anni nelle prigioni israeliane per la sua partecipazione alla prima Intifada. Confluito nel servizio segreto palestinese dalle sua nascita nel 1994, ha fatto una rapida carriera, arrivandone al vertice nel 2009.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi Dheisheh, 2019
Majid Faraj, cresciuto nel campo profughi di Dheisheh e capo del mukhabarat - il servizio di intelligence dell’Anp che coopera con la sicurezza israeliana (Shin Bet) in Cisgiordania - attraversa il campo profughi scortato dalle sue guardie del corpo dopo aver partecipato all’inaugurazione del nuovo centro culturale del campo. Faraj, attivista di Shabiba, il movimento giovanile del partito, fa parte di Fatah sin dall’adolescenza e ha trascorso diversi anni nelle prigioni israeliane per la sua partecipazione alla prima Intifada. Confluito nel servizio segreto palestinese dalle sua nascita nel 1994, ha fatto una rapida carriera, arrivandone al vertice nel 2009.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019. - Le colonie di  Har Homa e Gilo, considerate illegali dalla comunità internazionale, si trovano a sud di Gerusalemme Est e a pochi passi da Betlemme, all’interno dei Territori Palestinesi. Gilo, occupata durante la guerra dei sei giorni dall’esercito israeliano, venne edificata a partire dal 1973 e oggi all’interno della colonia vivono 40.000 persone, per lo maggior parte ebree. Har Homa invece, molto più recente, sorge su territori espropriati da Israele nel 1991 e la sua edificazione avvenne a partire dal 1997, sotto il governo di Benjamin Netanyahu. Il muro della separazione voluto da Israele, oltre a cingere l’area delle colonie ha, di fatto, annesso ulteriori territori alle terre già espropriate.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi “Aida”, 2019.
Le colonie di Har Homa e Gilo, considerate illegali dalla comunità internazionale, si trovano a sud di Gerusalemme Est e a pochi passi da Betlemme, all’interno dei Territori Palestinesi. Gilo, occupata durante la guerra dei sei giorni dall’esercito israeliano, venne edificata a partire dal 1973 e oggi all’interno della colonia vivono 40.000 persone, per lo maggior parte ebree. Har Homa invece, molto più recente, sorge su territori espropriati da Israele nel 1991 e la sua edificazione avvenne a partire dal 1997, sotto il governo di Benjamin Netanyahu. Il muro della separazione voluto da Israele, oltre a cingere l’area delle colonie ha, di fatto, annesso ulteriori territori alle terre già espropriate.
Gerusalemme, mercato di Mahane Yehuda, 2019 - Una ragazza passeggia con il padre e il suo fucile d’assalto - Tavor X95-L, semi-automatico, destinato all’uso del tiratore scelto - al mercato di Mahane Yehuda, il più grosso di Gerusalemme. Il servizio di leva in Israele è obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, i primi servono lo stato per tre anni, le donne per due. Obbligatorio è anche essere riservisti, cioè rimanere a disposizione anche se in congedo fino a 46 anni per le donne e 50 per gli uomini ed essere richiamati in servizio in caso di guerra. L’esercito israeliano è uno dei più potenti al mondo e, in caso di necessità, è in grado di triplicarsi in poche ore richiamando alle armi oltre 400.000 riservisti di cui, circa il 35%, sono donne.
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Gerusalemme, mercato di Mahane Yehuda, 2019
Una ragazza passeggia con il padre e il suo fucile d’assalto - Tavor X95-L, semi-automatico, destinato all’uso del tiratore scelto - al mercato di Mahane Yehuda, il più grosso di Gerusalemme. Il servizio di leva in Israele è obbligatorio sia per gli uomini che per le donne, i primi servono lo stato per tre anni, le donne per due. Obbligatorio è anche essere riservisti, cioè rimanere a disposizione anche se in congedo fino a 46 anni per le donne e 50 per gli uomini ed essere richiamati in servizio in caso di guerra. L’esercito israeliano è uno dei più potenti al mondo e, in caso di necessità, è in grado di triplicarsi in poche ore richiamando alle armi oltre 400.000 riservisti di cui, circa il 35%, sono donne.
Gerusalemme, quartiere ebraico, 2019 - Nel cuore del quartiere ebraico di Gerusalemme e a pochi metri dal Western Wall, meglio conosciuto come muro del pianto, un figurante raccoglie fondi per la causa sionista. Indossa una divisa con fregi raffiguranti il menorah e la stella di David è circondato da bandiere israeliane e da pubblicità propagandistiche.
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Gerusalemme, quartiere ebraico, 2019
Nel cuore del quartiere ebraico di Gerusalemme e a pochi metri dal Western Wall, meglio conosciuto come muro del pianto, un figurante raccoglie fondi per la causa sionista. Indossa una divisa con fregi raffiguranti il menorah e la stella di David è circondato da bandiere israeliane e da pubblicità propagandistiche.
Gerusalemme, Israele, 2019 - La linea tramviaria CityPass di Gerusalemme, inaugurata nel 2011, collega la parte israeliana alla parte est della città contesa, quella a maggioranza musulmana, dove si trovano le fermate di Shoafat, Sheikh Jarrah e Città vecchia. Presidiata giorno e notte, rappresenta uno degli obiettivi sensibili della città, potenzialmente ad alto rischio di attacco terroristico.
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Gerusalemme, Israele, 2019
La linea tramviaria CityPass di Gerusalemme, inaugurata nel 2011, collega la parte israeliana alla parte est della città contesa, quella a maggioranza musulmana, dove si trovano le fermate di Shoafat, Sheikh Jarrah e Città vecchia. Presidiata giorno e notte, rappresenta uno degli obiettivi sensibili della città, potenzialmente ad alto rischio di attacco terroristico.
Gerusalemme, Western Wall, 2019 - Il Muro Occidentale, o semplicemente Kotel, è un muro di cinta risalente all'epoca del secondo Tempio di Gerusalemme. È anche indicato come Muro del Pianto o, nella Religione Islamica, come Ḥāʾiṭ al-Burāq. All'inizio del XX secolo, il muro divenne una fonte di attrito tra le comunità ebraica e musulmana e, nel 1929, 133 ebrei furono uccisi e 339 feriti. Così, quando Israele ottenne il controllo del sito in seguito alla Guerra dei sei giorni, rase al suolo il quartiere marocchino per creare lo spazio per accogliere circa 400.000 fedeli. 650 persone appartenenti a 106 famiglie arabe ricevettero l'ordine di lasciare le loro case di notte. Chi si rifiutò di abbandonare casa, venne raggiunto dai bulldozer che iniziarono a demolire gli edifici con i residenti ancora all’interno, uccidendo una persona e ferendone molte altre
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Gerusalemme, Western Wall, 2019
Il Muro Occidentale, o semplicemente Kotel, è un muro di cinta risalente all'epoca del secondo Tempio di Gerusalemme. È anche indicato come Muro del Pianto o, nella Religione Islamica, come Ḥāʾiṭ al-Burāq. All'inizio del XX secolo, il muro divenne una fonte di attrito tra le comunità ebraica e musulmana e, nel 1929, 133 ebrei furono uccisi e 339 feriti. Così, quando Israele ottenne il controllo del sito in seguito alla Guerra dei sei giorni, rase al suolo il quartiere marocchino per creare lo spazio per accogliere circa 400.000 fedeli. 650 persone appartenenti a 106 famiglie arabe ricevettero l'ordine di lasciare le loro case di notte. Chi si rifiutò di abbandonare casa, venne raggiunto dai bulldozer che iniziarono a demolire gli edifici con i residenti ancora all’interno, uccidendo una persona e ferendone molte altre
Gerusalemme, Urbun cafe, 2019 - All’interno di una nota caffetteria di Gerusalemme, un pannello invita a lasciare un caffè pagato per i soldati. Alcuni clienti hanno anche voluto lasciare un messaggio di ringraziamento, tra cui: “grazie mille per il vostro servizio!”, “ ai nostri soldati: siete i migliori!”, “grazie per proteggerci, noi vi amiamo!” e “grazie tzadikim!”. Gli tzadikim, nella tradizione ebraica, sono i giusti e, fra i simpatizzanti delle forze armate, spesso vengono chiamati così anche i soldati israeliani.
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Gerusalemme, Urbun cafe, 2019
All’interno di una nota caffetteria di Gerusalemme, un pannello invita a lasciare un caffè pagato per i soldati. Alcuni clienti hanno anche voluto lasciare un messaggio di ringraziamento, tra cui: “grazie mille per il vostro servizio!”, “ ai nostri soldati: siete i migliori!”, “grazie per proteggerci, noi vi amiamo!” e “grazie tzadikim!”. Gli tzadikim, nella tradizione ebraica, sono i giusti e, fra i simpatizzanti delle forze armate, spesso vengono chiamati così anche i soldati israeliani.
Gerusalemme, NewDeli, 2019 - In Israele la Pèsach, nota anche come Pasqua ebraica, dura sette giorni e ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. Consumare matzah, cioè pane azzimo non lievitato e la proibizione di nutrirsi di qualunque cibo contenente lievito durante l’intero periodo della festività, sono i due comandamenti principali legati alla festa di Pèsach. Al termine della Pasqua ebraica, alcuni lavoratori israeliani consumano un pasto a base di prodotti lievitati presso un fast-food nel cuore della città nuova, a pochi passi dal municipio.
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Gerusalemme, NewDeli, 2019
In Israele la Pèsach, nota anche come Pasqua ebraica, dura sette giorni e ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa. Consumare matzah, cioè pane azzimo non lievitato e la proibizione di nutrirsi di qualunque cibo contenente lievito durante l’intero periodo della festività, sono i due comandamenti principali legati alla festa di Pèsach. Al termine della Pasqua ebraica, alcuni lavoratori israeliani consumano un pasto a base di prodotti lievitati presso un fast-food nel cuore della città nuova, a pochi passi dal municipio.
Gerusalemme, quartiere ebraico, 2019 - A pochi passi dal muro occidentale, nel cuore del quartiere ebraico, si trovano diversi negozi di artigianato locale e souvenir. Diffuse anche le librerie religiose nelle quali, accanto a testi, souvenir e paramenti sacri; spesso vengono venduti anche testi sionisti e oggettistica patriottica, come bandiere, gioielli, magliette, foto e poster.
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Gerusalemme, quartiere ebraico, 2019
A pochi passi dal muro occidentale, nel cuore del quartiere ebraico, si trovano diversi negozi di artigianato locale e souvenir. Diffuse anche le librerie religiose nelle quali, accanto a testi, souvenir e paramenti sacri; spesso vengono venduti anche testi sionisti e oggettistica patriottica, come bandiere, gioielli, magliette, foto e poster.
Gerusalemme, Western Wall, 2019 - Le regole di accesso al muro del Pianto sono quelle dell’ebraismo ortodosso: uomini e donne devono restare separati e solo gli uomini possono indossare i tefillin (gli astucci neri contenenti rotoli di pergamena su cui sono iscritti versetti della Torah), gli scialli di preghiera, le kippah e intonare dei canti di preghiera. Le bambine, non considerate ancora come donne, possono accedere accompagnate dai loro padri. Da anni, però, un gruppo di ebree riformiste conosciute con il nome di “donne del kotel”, cioè “del muro”, rivendicano il diritto di pregare come gli uomini avvolte nel mantello bianco e di leggere in pubblico porzioni della Bibbia. Per gli ebrei ortodossi questo rappresenta una grave mancanza di rispetto e, non di rado, si verificano spiacevoli incidenti.
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Gerusalemme, Western Wall, 2019
Le regole di accesso al muro del Pianto sono quelle dell’ebraismo ortodosso: uomini e donne devono restare separati e solo gli uomini possono indossare i tefillin (gli astucci neri contenenti rotoli di pergamena su cui sono iscritti versetti della Torah), gli scialli di preghiera, le kippah e intonare dei canti di preghiera. Le bambine, non considerate ancora come donne, possono accedere accompagnate dai loro padri. Da anni, però, un gruppo di ebree riformiste conosciute con il nome di “donne del kotel”, cioè “del muro”, rivendicano il diritto di pregare come gli uomini avvolte nel mantello bianco e di leggere in pubblico porzioni della Bibbia. Per gli ebrei ortodossi questo rappresenta una grave mancanza di rispetto e, non di rado, si verificano spiacevoli incidenti.
Hebron, Cisgiordania, Grotta di Macpelà o Tomba dei Patriarchi, 2019 - Il complesso sacro è il secondo per importanza nella tradizione ebraica poiché vi sono sepolti i Patriarchi di Israele Abramo, Isacco e Giacobbe. Qui c’è anche la moschea Ibrahim, moschea di Abramo (così viene chiamato tutto il complesso dai musulmani), considerato il quarto luogo santo per la storia religiosa musulmana. Un unico posto dalla forte spiritualità per due religioni, entrambe discendenti dal padre Abramo.
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Hebron, Cisgiordania, Grotta di Macpelà o Tomba dei Patriarchi, 2019
Il complesso sacro è il secondo per importanza nella tradizione ebraica poiché vi sono sepolti i Patriarchi di Israele Abramo, Isacco e Giacobbe. Qui c’è anche la moschea Ibrahim, moschea di Abramo (così viene chiamato tutto il complesso dai musulmani), considerato il quarto luogo santo per la storia religiosa musulmana. Un unico posto dalla forte spiritualità per due religioni, entrambe discendenti dal padre Abramo.
Gerusalemme, new city center, 2019 - La memoria storica è molto forte in Israele, la maggior parte dei suoi abitanti ha raggiunto il Paese dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah è una ferita ancora aperta. Alle 10.00 del 2 maggio, ora locale, sono suonate le sirene per due minuti e tutta Israele si è fermata per commemorare i 6 milioni di ebrei uccisi durante l’olocausto.
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Gerusalemme, new city center, 2019
La memoria storica è molto forte in Israele, la maggior parte dei suoi abitanti ha raggiunto il Paese dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah è una ferita ancora aperta. Alle 10.00 del 2 maggio, ora locale, sono suonate le sirene per due minuti e tutta Israele si è fermata per commemorare i 6 milioni di ebrei uccisi durante l’olocausto.
Gerusalemme, Cisgiordania, colonia israeliana, 2019 - La colonia israeliana di Har Homa è stata costruita alla fine degli anni ’90 dove un tempo sorgeva la foresta di Abu Ghneim, nella parte araba di Gerusalemme est, un’area compresa tra Betlemme e Gerusalemme. Secondo il quotidiano Haaretz vivono attualmente in Cisgiordania più di 380.000 coloni, di cui oltre il 40%  fuori dai blocchi di insediamenti e quindi a ridosso dei centri abitati palestinesi. Il calcolo non comprende i coloni insediati nella zona Est di Gerusalemme e negli avamposti. Dal 20 gennaio 2017, giorno dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a Gerusalemme Est. Si stima che circa 200.000 coloni oggi vivano a Gerusalemme est.
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Gerusalemme, Cisgiordania, colonia israeliana, 2019
La colonia israeliana di Har Homa è stata costruita alla fine degli anni ’90 dove un tempo sorgeva la foresta di Abu Ghneim, nella parte araba di Gerusalemme est, un’area compresa tra Betlemme e Gerusalemme. Secondo il quotidiano Haaretz vivono attualmente in Cisgiordania più di 380.000 coloni, di cui oltre il 40% fuori dai blocchi di insediamenti e quindi a ridosso dei centri abitati palestinesi. Il calcolo non comprende i coloni insediati nella zona Est di Gerusalemme e negli avamposti. Dal 20 gennaio 2017, giorno dell’inaugurazione della presidenza statunitense di Donald Trump, il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di altri 6219 nuclei abitativi illegali, 719 dei quali a Gerusalemme Est. Si stima che circa 200.000 coloni oggi vivano a Gerusalemme est.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Aida, 2019 - All’ingresso del campo di Aida, un enorme chiave in ferro sopra un arco, accoglie residenti e visitatori. La chiave originale della propria casa - abbattuta o sequestrata dalle autorità israeliane durante la guerra arabo israeliana del 1948 o durante quella dei 6 giorni del 1967 - viene tramandata di generazione in generazione e quindi è diventata il simbolo del “ritorno” per tutti i 5 milioni di rifugiati palestinesi. secondo il censimento dell’Unwra, di cui circa 2 milioni vivono in Cisgiordania e a Gaza.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Aida, 2019
All’ingresso del campo di Aida, un enorme chiave in ferro sopra un arco, accoglie residenti e visitatori. La chiave originale della propria casa - abbattuta o sequestrata dalle autorità israeliane durante la guerra arabo israeliana del 1948 o durante quella dei 6 giorni del 1967 - viene tramandata di generazione in generazione e quindi è diventata il simbolo del “ritorno” per tutti i 5 milioni di rifugiati palestinesi. secondo il censimento dell’Unwra, di cui circa 2 milioni vivono in Cisgiordania e a Gaza.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - Alcuni bambini di una scuola elementare di Betlemme si esercitano, nel cortile principale della scuola, con la loro insegnante di educazione motoria. Le scuole palestinesi sono formate da tre gradi di istruzione: scuola materna e asilo, scuola elementare e media unica, scuola superiore divisa in scientifico e umanistico e possono essere istituti statali, UNRWA o privati. Le scuole UNRWA (United Nations Relief and Workers Agency) garantiscono solo la scuola dell’obbligo, sono presenti in alcuni campi profughi o nelle città, sono gratuite e, in genere, riservate ai figli dei profughi.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
Alcuni bambini di una scuola elementare di Betlemme si esercitano, nel cortile principale della scuola, con la loro insegnante di educazione motoria. Le scuole palestinesi sono formate da tre gradi di istruzione: scuola materna e asilo, scuola elementare e media unica, scuola superiore divisa in scientifico e umanistico e possono essere istituti statali, UNRWA o privati. Le scuole UNRWA (United Nations Relief and Workers Agency) garantiscono solo la scuola dell’obbligo, sono presenti in alcuni campi profughi o nelle città, sono gratuite e, in genere, riservate ai figli dei profughi.
Betlemme, Cisgiordania, campo profughi Dheisheh, 2019 - Lungo la via principale del campo profughi di Dheisheh, i residenti hanno allestito la cosiddetta “tenda”, ovvero uno spazio ricreativo e di aggregazione dove potersi incontrare quotidianamente per discutere davanti a un caffè. Aperta ogni sera dalle 19 alle 21, è composta da un ampio locale all’interno e uno spazio all’esterno, proprio lungo la strada più trafficata del campo. Il cerchio delle donne si riunisce all’interno, quello degli uomini all’esterno. Lo spazio è autofinanziato dai fruitori che versano un contributo volontario mensile per partecipare alla vita sociale del campo. Sovente vengono anche organizzati dibattiti, cene e serate danzanti.
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Betlemme, Cisgiordania, campo profughi Dheisheh, 2019
Lungo la via principale del campo profughi di Dheisheh, i residenti hanno allestito la cosiddetta “tenda”, ovvero uno spazio ricreativo e di aggregazione dove potersi incontrare quotidianamente per discutere davanti a un caffè. Aperta ogni sera dalle 19 alle 21, è composta da un ampio locale all’interno e uno spazio all’esterno, proprio lungo la strada più trafficata del campo. Il cerchio delle donne si riunisce all’interno, quello degli uomini all’esterno. Lo spazio è autofinanziato dai fruitori che versano un contributo volontario mensile per partecipare alla vita sociale del campo. Sovente vengono anche organizzati dibattiti, cene e serate danzanti.
Betlemme, Cisgiordania, 2019 - Ma'an, studente alla facoltà di cinema dell'Università di Betlemme e attivista di Laylac, il  centro giovanile del campo profughi di Dheisheh, durante i preparativi per la mostra di quadri realizzati da alcuni giovani del campo. Le opere, dipinte sotto la guida della pittrice francese Sania, introducono spunti di riflessione critica sulla detenzione dei prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.
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Betlemme, Cisgiordania, 2019
Ma'an, studente alla facoltà di cinema dell'Università di Betlemme e attivista di Laylac, il centro giovanile del campo profughi di Dheisheh, durante i preparativi per la mostra di quadri realizzati da alcuni giovani del campo. Le opere, dipinte sotto la guida della pittrice francese Sania, introducono spunti di riflessione critica sulla detenzione dei prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.
Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019 - Najeia, 64 anni, è la madre di Moataz Zawahreh, un ventiseienne ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane durante una protesta in prossimità del campo profughi di Aida, a ridosso del muro di separazione voluto e costruito da Israele. Moataz, calciatore che ha giocato anche nella nazionale palestinese, era il fratello minore di Ghassan, detenuto nelle carceri di israeliane per motivi politici. La sua cameretta è ancora come l’ha lasciata - i suoi familiari non hanno voluto spostare i suoi oggetti - e, sopra il suo letto, hanno affisso una sua gigantografia.
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Betlemme, Cisgiordania, Campo profughi di Dheisheh, 2019
Najeia, 64 anni, è la madre di Moataz Zawahreh, un ventiseienne ucciso dalle Forze di Difesa Israeliane durante una protesta in prossimità del campo profughi di Aida, a ridosso del muro di separazione voluto e costruito da Israele. Moataz, calciatore che ha giocato anche nella nazionale palestinese, era il fratello minore di Ghassan, detenuto nelle carceri di israeliane per motivi politici. La sua cameretta è ancora come l’ha lasciata - i suoi familiari non hanno voluto spostare i suoi oggetti - e, sopra il suo letto, hanno affisso una sua gigantografia.
Hebron, Cisgiordania, old city, 2019 - Nel centro storico di Hebron, città simbolo dell’occupazione israeliana, a ridosso di una barriera metallica sovrastata dal filo spinato, una bandiera palestinese difende simbolicamente il limite tra la parte della città sotto l’autorità israeliana e quella sotto l’autorità palestinese. Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti guidati dal rabbino Moshe Levinger occupò il principale hotel di Hebron, rifiutandosi di lasciarlo. Seguì poi l’occupazione di una base militare dismessa - che in seguito divenne la colonia di Kiryat Arba - e la prima occupazione in centro città fu ad opera di 30 donne, guidate dalla moglie di Levinger, che occupò un palazzo nel 1979. Da allora il processo di espansione è proseguito negli anni e oggi si contano più di 20 insediamenti in città e dintorni.
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Hebron, Cisgiordania, old city, 2019
Nel centro storico di Hebron, città simbolo dell’occupazione israeliana, a ridosso di una barriera metallica sovrastata dal filo spinato, una bandiera palestinese difende simbolicamente il limite tra la parte della città sotto l’autorità israeliana e quella sotto l’autorità palestinese. Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti guidati dal rabbino Moshe Levinger occupò il principale hotel di Hebron, rifiutandosi di lasciarlo. Seguì poi l’occupazione di una base militare dismessa - che in seguito divenne la colonia di Kiryat Arba - e la prima occupazione in centro città fu ad opera di 30 donne, guidate dalla moglie di Levinger, che occupò un palazzo nel 1979. Da allora il processo di espansione è proseguito negli anni e oggi si contano più di 20 insediamenti in città e dintorni.
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